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FUORI, VERSO IL MONDO

Dic 12 • PRIMO PIANO • 858 Views •

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di Alessandro Panigutti Direttore di Latina Editoriale Oggi


Il balletto dei numeri è un rompicapo. Li puoi leggere in positivo o puoi trarne indicazioni sconfortanti, dipende dal <contesto di lettura> e soprattutto dal tipo di approccio scelto per affrontare il tema dell’export.

Esportare vuol dire portare qualcosa oltre i confini di una nazione, diffondere all’estero. In genere si tratta di prodotti finiti, cui si accompagnano i requisiti dell’esclusività (quei prodotti della terra che crescono soltanto in particolari aree climatiche), della qualità manifatturiera (pensiamo al Made in Italy dell’abbigliamento e della pelletteria), del livello tecnologico raggiunto.

Nel recente incontro all’Expo di Latina con una delegazione di Ambasciatori dei paesi extracomunitari il Presidente di Confindustria Latina Paolo Marini ha intrattenuto gli ospiti con i dati migliori che il territorio pontino ha a disposizione sul fronte dell’export: nel 2013 le aziende della provincia di Latina hanno fatto registrare un incremento delle esportazioni pari al 45%  rispetto all’anno precedente, distinguendosi in maniera netta dal trend delle imprese del Lazio, attestate su un incremento medio del 7%. A dettare i tempi e il ritmo di questa performance tutta in salita che fa della provincia di Latina il maggior elemento di traino dell’intera regione verso la conquista dei mercati esteri, due settori strategici dell’economia locale: l’agroalimentare e il farmaceutico.

Il primo, che ha la sua massima espressione commerciale nel Mercato Ortofrutticolo di Fondi,  è frutto di una cultura e di una vocazione agricole che rappresentano il segno distintivo del territorio; il secondo è a sua volta il <regalo> importato dalla Cassa per il Mezzogiorno negli anni ’60 con la complicità di una politica che allora passò per lungimirante, ma che oggi, col senno di poi, potrebbe essere tacciata di miopia, per aver snaturato e seriamente compromesso un’area indiscutibilmente votata all’agricoltura. Ma recriminare adesso non serve, soprattutto di fronte ad un settore produttivo trainante che pesa per il 15% sull’occupazione industriale locale, impiegando un lavoratore su sette di quelli attualmente al lavoro in provincia di Latina. E’ necessario però riflettere, analizzare, confrontare dati e situazioni, se si vuole indovinare la prospettiva che l’impresa locale, nella sua accezione globale, deve scegliere come quella privilegiata per il raggiungimento dell’obiettivo dello sviluppo. Partiamo dall’equazione secondo cui export è sinonimo di successo e di buona salute aziendale: cosa fanno la politica e le associazioni  di categoria per promuovere e favorire la corsa delle nostre imprese verso i mercati esteri? In genere si affidano a specialisti della comunicazione per commissionare l’ideazione di nuovi sportelli di servizio per le imprese o campagne pubblicitarie fatte di slogan penetranti attraverso i quali veicolare il messaggio di un’azione efficace e costruttiva: che si chiamino Welcome Italy o Sprint export piuttosto che Lazio delicatessen o Business to business, la sostanza non cambia, quel che resta è il motivo orecchiabile della comunicazione, ma le difficoltà di mercato non cambiano.

In fondo, stando ai dati del Centro Studi di Unindustria sull’andamento dell’export nazionale nel 2012, la performance del settore produttivo pontino sul fronte dell’esportazione si attesta su un valore complessivo di merci e prodotti trasferiti all’estero per 4 miliardi di euro, con un incremento del 14,6% rispetto al dato dell’anno precedente. Si cresce, ma di quanto? E partendo da dove? Sempre nel 2012, il valore delle esportazioni italiane è stato di 389,7 miliardi di euro, e questo vuol dire che la provincia di Latina incide in questo mercato soltanto in ragione dell’1 % circa del fatturato nazionale. E a chi ci osserva e ci ascolta omettiamo volentieri di ricordare che uno dei due settori trainanti dell’export pontino, il farmaceutico, ha perso circa 10mila addetti nel periodo compreso tra il 2006 e il 2010, spostando di qualche tacca più in alto l’asticella della disoccupazione sul territorio provinciale. E’ l’effetto della crisi nazionale ed internazionale, il che la dice lunga sull’autonomia del sistema produttivo locale e sulla forza intrinseca di un settore che concorre a tenere in vita il dinamismo dell’impresa locale ma che di locale, a parte la presenza sul territorio e gli occupati, ha ben poco. I capitali ed il know how, elementi costitutivi del successo di un’impresa, non ci appartengono.

Eppure la sfida si gioca proprio su quei versanti. In provincia di Latina ci sono molte realtà di nicchia, eccellenze nella meccanica di precisione, nell’artigianato, nell’industria nautica ed aerospaziale, nell’agricoltura, nella zootecnia, nella viticoltura e nell’enologia, nella chimica: non hanno bisogno di nessuno, si sostengono da sole e sperimentano in totale autonomia le incognite dell’ingresso nei mercati internazionali, ma purtroppo non fanno rete. Perché manca un coordinamento politico associativo capace di costruire e indirizzare quel sistema Latina di cui tanto si parla ma che non riusciamo a vedere né toccare con mano. L’avventura dell’export è dunque lasciata all’intraprendenza dei singoli imprenditori, nel segno della centralità dell’uomo piuttosto che dell’efficienza del sistema. La storia che vi raccontiamo nelle pagine seguenti è emblematica della forza delle idee e delle competenze del singolo. Sull’altra faccia della medaglia c’è il sistema Paese che assiste, o meglio fa da spettatore, ai successi e alle disfatte degli uomini. I pochi che ce la fanno, sono la ragione che induce tutti gli altri a non desistere o a ritentare laddove hanno fallito. Leggere della scommessa vinta di un commerciante di bestiame di Aprilia, che è riuscito ad imbarcare 1300 bufale alla volta delle Filippine dove hanno in mente di costituire un ceppo zootecnico di eccellenza per produrre latticini di alta qualità, è come tornare ad aprire le pagine di Moby Dick per riscoprire che la forza dell’uomo è pari a quella della natura, perché può esserne la parte migliore.

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