Democrazia. Prof. Fabrizio Bellini

Mag 21 • PRIMO PIANO • 1110 Views •

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La stampa internazionale si interroga su quella che sembra la principale anomalia italiana: il più longevo e carismatico leader politico nazionale, coinvolto in scandali di ogni tipo, da quelli economici a quelli sessuali e condannato in via definitiva a quattro anni di carcere, invece di dimettersi e tentare di sparire, si batte come un leone per ottenere una qualche forma di salvacondotto che gli permetta di continuare a fare politica. E rischia seriamente di riuscirci.

Tutto ciò, in una qualunque delle altre democrazie occidentali, sarebbe impossibile e a molti risulta incomprensibile.

Almeno tanto quanto il fatto che buona parte delle principali forze di opposizione sarebbe ancora propensa a  collaborare con lui nel governo della Nazione. E non meno dellíevidenza che líintero Pdl, dal più umile degli iscritti al più celebrato dei dirigenti, si dimostra più che disponibile a fare un harakiri politico pur di difendere il prestigio e líonore del proprio capo. Che dire?

La risposta Ë cosÏ ovvia da sembrare banale: quasi dieci milioni di italiani, una bella fetta dellíinformazione cosiddetta libera, tutto il Popolo della libert‡, parte del Partito democratico, una componente di Lista civica e soprattutto un poí di magistrati e molti avvocati e giuristi, pensano che Berlusconi non sia un delinquente. Che sia vittima di una persecuzione giudiziaria. Che questa sia stata concepita e messa in atto dai cloni del vecchio ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti. E che, drammaticamente, questo accanimento della magistratura costituisca un vulnus gravissimo alla legittimit‡ democratica. Tutto il resto del Paese, esclusi gli opportunisti agnostici, la pensa diversamente. Per superare questo punto, questa frattura insanabile, ormai non basterebbe pi˘ nemmeno uníordalia.

Ma quale che sia la verit‡, vittima o farabutto, la questione, non essendo più risolvibile neanche con líevidenza processuale, contraria o favorevole che possa essere, non Ë pi˘ rilevante. Ormai siamo nel campo della fede e la fede si fonda sul sangue dei martiri e non sul legittimo giudizio di Pilato che a qualche miliardo di cattolici, dopo duemila anni, appare ancora ingiusto e assurdo. Come ci ha splendidamente  spiegato Gustavo Zagrebelsky nel suo Il crucifige e la democrazia, la democrazia, o meglio, la potest‡ del numero pi˘ grande, non contiene necessariamente la verità.

Mi sembra invece rilevante tentare di capire perchÈ la democrazia, così come è stata costruita e definita in Italia, trionfa come speranza e come ideale nellíanima della maggior parte della popolazione, ma si contorce in una drammatica crisi di sviluppo e di credibilit‡ proprio nel momento in cui dovrebbe essere invece pienamente realizzata ed esprimere interessi generali e valori universali. Una definizione della democrazia e quindi del problema, potrebbe fondarsi sulla distinzione e sul nesso tra democrazia prescrittiva e democrazia descrittiva. I due termini sono inscindibili. Descrittiva, nel senso che se la democrazia non indica un ideale capace di coinvolgere i cittadini e di suscitarne il consenso, non esiste affatto. Diventa mito, utopia.

Prescrittiva, perchè senza il rinvio ad un sistema, ad un ordinamento, ad un complesso di regole sempre perfettibili e perciò soggette ad una continua verifica critica, líideale della democrazia diventa semplice copertura degli interessi costituiti delle classi dominanti. Politiche, economiche, sociali. In buona sostanza delle caste e delle lobby. La democrazia da un lato Ë ancorata ad un ideale mai compiutamente realizzato e realizzabile che è quello di una piena espressione della dignità dell’uomo in tutti i suoi aspetti e della sua autodeterminazione, dallíaltro si muove sul terreno realistico della continua verifica del processo verso questo ideale.

La democrazia coniuga mezzi e fini: si propone un fine etico di portata universale, ma rifiuta di chiudersi nella contemplazione autosufficiente del fine e esclude perciÚ líindifferenza del mezzo. La democrazia Ë un processo.î Con il ricorso a questa ultima espressione, lapidaria e apodittica, tratta dalle riflessioni di Pietro Scoppola al quale ho rubato, non senza infinita gratitudine e rimpianto, alcune parole e qualche concetto, vorrei concludere la mia chiacchierata sottolineando proprio questo punto: qualcosa ha interrotto il processo democratico avviato nel lontano 1948. Non il principio, ma proprio la costante verifica critica del complesso di regole che dovrebbero sorreggerlo. Più esattamente, líevoluzione, la modernizzazione e líattualizzazione del processo. Tanti, delusi e disperati, scambierebbero oggi la parola, libertà, che sta alla radice stessa della democrazia e che ne Ë líessenza fondante, con  stabilit‡, sicurezza, dignit‡. E quindi, chi doveva e poteva traghettarci felicemente nel terzo millennio, ha fallito. Non penso ovviamente che questo ìqualcosaî o qualcuno, sia un fantomatico grande vecchio, penso invece alla disarmante somma delle inerzie che in poco pi˘ di un sessantennio si sono accumulate e stratificate nella difesa aprioristica di interessi contrapposti. Il carburante Ë stata la paura del successo dellíaltro. Il terrore; la perdita delle proprie posizioni dominanti. Il risultato; la tragedia che stiamo vivendo. La speranza; che sullíorlo del baratro, anche per il generoso e incessante impulso del Presidente della Repubblica, si esca dallo stallo in cui siamo piombati e si avvii una stagione finalmente riformatrice. Con pochissimi morti, qualche ferito lieve e tantissimi…beh, fate voi. Ma, soddisfatti, per me andrebbe benissimo. La certezza, disperante, è che nessuno si muoverà concretamente. Ma si continuer‡ a parlarne. Le mura di Bisanzio sono crollate mentre si discuteva del sesso degli angeli.

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