LONDRA TENTA LA FUGA, L’ITALIA INSEGUE

Feb 4 • MADE IN ITALY, NEWS PRO, PRIMO PIANO, RUBRICHE, TECNOLOGIA, UK focus paese • 1105 Views •

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di Alessandro Allocca, corrispondente da Londra per IPmagazine

 

Se Internet detta legge in ogni settore, la Silicon Valley è il suo padrone. Ma in Europa qualcosa inizia a muoversi per cercare di sovrastare lo strapotere nordamericano. La capitale britannica lancia la sfida a suon di progetti e soldi. E l’Italia cerca di stargli dietro. Ma ancora arranca.

LONDRA – L’Inghilterra non è la Silicon Valley, e l’Europa non è la culla di Google, Apple, Facebook, Twitter, Amazon e altri simili giganti. Ma qualcosa si sta muovendo, e per nulla lentamente. Anzi, se c’è qualcuno che sta spingendo sull’accelleratore di una macchina che va avanti a codici e applicazioni, è proprio il Vecchio Continente che ha intenzioni ben precise e obiettivi molto chiari: colmare il prima possibile quel gap che si è formato nel corso degli ultimi decenni tra il Nord America e l’Europa, proprio in ambito tecnologico. La sfida non è semplice, visto che alcuni marchi del settore, Apple e Google tra tutti, sono riusciti a capitalizzare dagli esordi a oggi, così tanto che possono essere paragonati in tutto e per tutto a vere e proprie Nazioni, e per nulla di piccole dimensioni: 159 miliardi di dollari è l’attuale valore del motore di ricerca, mentre il gruppo fondato da Steve Jobs vale 148. Ma non sono solo questi due a trainare il mercato mondiale, e per mercato si intende di tutto dalla produzione di automobili ai vestiti, dai servizi agli immobili alla finanza, quanto anche altri “colleghi”, alcuni dei quali del tutto sconosciuti appena una decina di anni fa, Facebook in primis. Tutti insieme rappresentano un quinto dei brand che valgono di più a livello mondiale, un quinto rappresentato proprio da aziende hi-tech che complessivamente toccano quota 827 miliardi di dollari.
Se volessimo disegnare una piantina del globo posizionando le società hi-tech a seconda dei loro quartier generali, il Nord America avrebbe più puntini rossi rispetto all’Europa ma, come anticipato, qualcosa si sta muovendo. La sfida è lanciata e le idee non mancano. Ma, soprattutto, i soldi. Basti pensare che le aziende tech londinesi nei soli primi 9 mesi del 2014 hanno attratto ben 626 milioni di sterline (poco più di 800 milioni di euro) in venture capital. Secondo dati ufficiali del “London & Partners”, uno dei fondi di investimento più quotati nel settore tecnologico della capitale britannica, questo è attualmente a oltre il 30% di quanto è riuscito a raccogliere l’anno precedente, ovvero 719 milioni di dollari totali (575 milioni di euro) senza contare che il 2014 ancora non si è concluso.
Ma c’è di più, perché come questo particolare mercato ci ha insegnato, non sono solo i soldi a dettare legge, quanto azioni comuni che possano unire le forze provenienti da più parti. O, per dirla all’inglese, quello che conta di più è fare network. Così come ha tenuto a sottolineare Neelie Kroes, vice presidente della Commissione Europea parlando dell’“Agenda Digitale”, ossia quella serie di azioni predisposte proprio a rendere il più agevole possibile lo sviluppo del mercato hi-tech nel nostro continente. Il vicepresidente Kroes è stata una degli ospiti più attesi a “”, il più importante evento del settore che si è svolto nella capitale inglese poche settimane fa.
“Dobbiamo creare un singolo approccio del mercato a livello europeo – ha detto Neelie Kroes – che vada bene per investitori, startupper e istituzioni. E che possa essere valido non solo per il territorio inglese, ad oggi sicuramente quello più in fermento di tutti, ma anche tedesco, francese, italiano, scandinavo e via dicendo. Dobbiamo creare regole comuni che possano agevolare gli investimenti tra realtà di differente provenienza. Già ad oggi il mercato londinese finanzia start-up nate in altri territori europei. ma dobbiamo rendere ancora di più fluido que-sto sistema eliminando ostacoli e barriere che possano in qualche modo rallentarne il processo. Ma c’è di più: l’Europa non sforna solo giovani imprenditori con valide idee, ma anche talenti che devono essere inseriti in contesti in crescita.

Quindi l’obiettivo non è solo quello di creare un mercato unico europeo per il settore hi-tech, ma anche del lavoro per lo stesso, evitando così fenomeni di emigrazione verso il Nord America. Fare in modo di standardizzare il sistema dei curriculum creando una unica piattaforma dove poter candidarsi o cercare lavoro all’intero dell’ecosistema hi-tech europeo”. Queste sono ovviamente direttive che vengono proposte da una istutuzione centrale, quale è la Commissione Europea, spetta poi ai singoli territori mettere del proprio. Non c’è giorno in cui il sindaco Boris Johnson non ci tiene a sottolineare i successi raggiunti e i finanziamenti ricevuti da fondi di investimento privati interni,
ma anche esterni, parte dei quali sono stati utilizzati per realizzare “Tech City”, il primo polo hi-tech della capitale britannica dove stanno confluendo idee e progetti da ogni parte d’Europa e,in alcuni casi, anche da altri continenti. In quest’area, che ad oggi ospita centinaia di startup e sedi di multinazionali, nel corso degli ultimi anni sono stati creati 7.500 nuovi posti di lavoro, compresi coloro che lavorano nelle società di servizi e fornitura per le compagnie che invece operano direttamente nel settore hi-tech. E sempre nella medesima area nel corso degli ultimi anni sono state create piattaforme che hanno preso parte al lancio e al successo di Twitter nel 2007, Foursquare nel 2009 e Spotify nel 2011. Inoltre, è stato concesso a Google il via libera a costruire la nuova sede europea, progetto che si tramuterà in una struttura rivoluzionaria, sotto ogni punto di vista. Ad oggi, rimanendo sempre nell’ambito dei numeri, la capitale tecnologica d’Europa vanta qualcosa come 34mila tech-companies che operano in tutti i settori, con una particolare predilezione verso l’intrattenimento cinematografico, all home-entertainment passando per le applicazioni nell’ambito delle stampe 3D e della realtà aumentata.

“Queste cifre dimostrano, senza alcun dubbio, che è un periodo incredibile per le imprese tecnologiche nella nostra città – ha detto Boris Johnson in una recente intervista -. Il settore tech qui è in pieno boom e sta attirando livelli record di investimenti da tutto il mondo”. La crescita economica di Londra sembra inarrestabile e il terreno che toglie capitali nell’avvio di startup a città come Parigi e Berlino è sempre più cospicuo, certo nulla ancora a che vedere con la Silicon Valley, ma in Europa Londra è già una mecca del settore. Ma non è tutto oro ciò che luccica, visto che come tutti sanno questo è un settore che va così veloce che quasi nessuno riesce mai a stargli dietro e, soprattutto, a capire quale possa essere il successivo passo che compie. La Coadec e la TechUK, tra le più grandi associazioni di categoria tech nel Regno Unito, hanno infatti lanciato un appello al governo inglese, al fine di sostenere meglio il trend, istituendo nuovi fondi per l’economia digitale affinché ci sia un reale sostegno proprio dalle istituzioni centrali.

Ampliando il raggio d’azione al resto d’Europa, come anticipato la Commissione centrale sta facendo in modo di standardizzare le regole per tutti, spetta poi a ogni territorio metterle in atto. L’Italia, in particolar modo, è dietro con i tempi, colpa della politica interna che ancora non riesce a trovare un suo equilibrio, colpa anche di infrastrutture che mancano e che fanno desistere investitori esteri a puntare sui talenti del Bel Paese. Quest’ultimi però non si perdono d’animo, e se la corrente ora tira in direzione del Tamigi, basta mettere un paio di cambi in valigia e in due ore di aereo si è atterrati nella capitale inglese pronti a mettersi in luce attirando l’attenzione dei venture capital. Lo stanno facendo già in molti, tanto che il trend positivo si registra anche per le capitalizzazioni italiane in Inghilterra: il nostro Paese è al terzo posto a livello globale per investimenti in settori innovativi come nanotecnologie e fonti di energia rinnovabile. Inoltre, sono sempre più numerose le piccole e medie imprese, e le start up che sono migrate oltremanica dove c’è un grande “capital-appeal” grazie a incentivi fiscali e alla presenza di investitori interessati a finanziare start up.

Se poi queste realtà anglo-italiane decideranno di rimanere negli UK o di tornare in Italia, molto sarà dato dal fatto di come il Governo italiano riuscirà a creare terreno fertile per richiamarle in patria. Perché, il rischio, non è solo che rimangano in Inghilterra, ma addirittura migrino oltreoceano nella Silicon Valley e, a quel punto, sarà quasi del tutto impossibile far cambiare loro idea. Si sa, quando prendi gusto a mangiare lo zucchero, difficile che poi il sale ti possa ancora piacere.

dal nostro corrispondente Alessandro Allocca

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