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Quando un prodotto “mente” o procura danni, paga il produttore

Redazione Dic 12
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Se un prodotto procura danno a terzi, il produttore ne è responsabile ed è obbligato a pagare”.

Di Loris Del Vicario

Attorno a questa frase ruota un intero mondo di casistiche, azioni legali e denaro. Produrre o distribuire un bene, di qualsiasi natura, comporta una responsabilità e, se il bene oggetto del caso, procura un danno, il produttore o il distributore è obbligato al risarcimento del danno arrecato (art 2043 e ss. Codice Civile). La normativa comunitaria n. 59 del 1992, attuata in Italia con D.Lgs. 115 del 17/03/1995, introduce un rivoluzionario cambio di prospettiva: si passa dalla responsabilità per danni da prodotti difettosi alla garanzia che i prodotti, immessi sul mercato, siano sicuri. In buona sostanza, stabilisce che l’onere della prova, in caso di danno, non sia più a carico del danneggiato, ma di chi ha fornito il bene. Ovvero il produttore e/o il distributore, devono poter dimostrare che, l’uso del bene in questione, non avrebbe potuto arrecare alcun danno, se l’utilizzatore avesse rispettato le modalità d’uso previste e prescritte.

Ovviamente, tutto questo non è così semplice, ma la norma viene applicata a tutela del danneggiato e come invito al massimo controllo di chi mette in circolazione dei beni. A volte può accadere che, un bene, seppur ben progettato e testato, venga prodotto male. Può dipendere da un macchinario difettoso o da un controllo non ben eseguito, da parte degli operatori addetti. Fatto sta che, se non ci si accorge, tempestivamente, dell’anomalia si può innescare quello che tecnicamente viene chiamato <<danno seriale>>. Che, tradotto, vuol dire un vero e proprio disastro per l’azienda produttrice. L’art. 2043 del C.C. recita: “Qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”. Il termine obbliga impone, a chi ha provocato il danno, di risarcirlo.  La caratteristica dell’obbligazione è che non si estingue neanche con la morte del debitore: si tramanda di padre in figlio, per asse ereditario. Questo deve far pensare all’importanza di tutelarsi adeguatamente da determinati rischi. Un imprenditore potrebbe veder svanita la propria azienda e i tanti sacrifici fatti negli anni, solo a causa di un involontario errore di produzione.

Nel settore alimentare, il problema è sentito da molte persone. Lo sviluppo delle malattie allergiche e delle semplici intolleranze alimentari, sta caratterizzando in modo sostanziale la messa in commercio di beni destinati all’alimentazione ma, in moltissimi casi, assistiamo a leggerezze o gravi inadempienze da parte dei produttori. Un prodotto su quattro presenta allergeni non dichiarati in etichetta. L’elenco degli allergeni alimentari è molto ampio, pur tuttavia circa il 90% delle allergie viene attribuita a 8 alimenti: latte vaccino, uova, crostacei, pesce, arachidi, soia, frutta con guscio, cereali. Per le persone che soffrono di allergie alimentari, è quindi fondamentale assicurarsi che nel cibo che consumano non siano presenti tracce della sostanza alla quale sono allergici, ad esempio leggendo l’etichetta. Con il recepimento della Direttiva 2003/89/CE è obbligatorio, infatti, per i produttori, indicare in etichetta i seguenti ingredienti e le sostanze da loro derivate, responsabili di allergie e intolleranze alimentari: cereali contenenti glutine, crostacei, uovo, pesce, arachide, soia, latte, frutta con guscio, sedano, senape, semi di sesamo, anidride solforosa. La dichiarazione in etichetta è obbligatoria, indipendentemente dalla loro quantità, ad eccezione dell’anidride solforosa per la quale è fissato un limite di 10 mg/kg.

Purtroppo in alcuni casi le etichette mentono!

I controlli che vengono effettuati dalle aziende produttive si basano, il più delle volte, solo su documenti cartacei e di tracciabilità. Poche sono le aziende che compiono test di laboratorio accurati, al fine di evidenziare fattori di rischio per i soggetti allergici. Sarebbe, pertanto, opportuno che le Autorità competenti aumentino i controlli, come d’altronde avviene in altri paesi europei e americani, al fine di tutelare maggiormente i consumatori.

Troppe promesse in etichetta!

Che fonti scientifiche o la stessa nonna, dicano che bere una spremuta d’arancia ogni mattina aiuti a prevenire il raffreddore, è un fatto avvalorato anche dagli esperti, ma che la stessa frase la si torvi scritta sulle confezioni industriali dei succhi di frutta, fa un po’ pensare. Bisognerebbe analizzare la quantità di prodotto (nel caso specifico il succo di arancia) e gli additivanti inseriti nella confezione. Studi di laboratorio certificano che le sostanze contenute in una confezione di succo d’arancia, poco hanno a che vedere con la tradizionale spremuta d’agrumi “casalinga”.

Se si vuol guardare anche altri prodotti di larga diffusione, che promettono crescita e salute in particolare dei bambini, abbiamo solo l’imbarazzo della scelta. I giudici dell’Oberlandsgericht di Francoforte hanno condannato la nota multinazionale dolciaria produttrice della Nutella, perché le indicazioni di vitamine e sali minerali sarebbero state calcolate in modo inesatto e ciò avrebbe potuto far cadere, il consumatore frettoloso, in errore. In pratica, le quantità di vitamine e di sali minerali erano riportate in etichetta, prendendo come riferimento due diverse quantità di prodotto: 15 gr. e 100 gr. Poca cosa, ma i giudici tedeschi hanno ritenuto giusto condannare la Ferrero. Un provvedimento, forse, troppo zelante, ma che deve servire come monito nel prestare la massima attenzione a quanto scritto sulle confezioni del prodotto.

Non di rado può avvenire che nella grande distribuzione, si possano trovare, esposti sugli scaffali, alimenti già scaduti. Non certo per volontà del titolare, quanto per distrazione dell’operatore. In questi casi a rispondere di eventuali danni, procurati all’ignaro consumatore che non ha prestato attenzione alla scadenza riportata sul prodotto, è il titolare dell’attività commerciale, poiché non ha provveduto, per tempo, alla rimozione della merce scaduta, dagli espositori. In questo caso si tratta di <<responsabilità dello smercio>>, che si configura anche nei casi di trattamento manuale di prodotti deperibili. Un esempio è quello dell’addetto del banco alimentari freschi, che taglia o confeziona gli alimenti, prodotti da altri, al fine della loro commercializzazione (affettati, latticini, pesce ecc.). Già l’uso di un’affettatrice, non dedicata esclusivamente, ad alimenti per celiaci, può procurare importanti danni all’ignaro cliente allergico al glutine. Senza parlare del pizzicagnolo che, senza usare le dovute cautele, maneggia con disinvoltura il denaro della cassa e i prodotti alimentari freschi. I ristoratori sono l’altra categoria molto sensibile al rischio dell’alterazioni alimentari. L’uso non appropriato di alimenti surgelati, congelati o anche freschi – non conservati con cura – possono causare importanti danni al consumatore: dal semplice mal di pancia all’intossicazione alimentare.

Il problema si avverte di più, ovviamente, per i farmaci. Le industrie farmaceutiche svolgono attività di ricerca che durano anche dieci anni. Le autorità di controllo considerano un farmaco, valido per gli usi prescritti, ammettendo una tolleranza di 10 casi su 1 milione per i quali il farmaco può essere dannoso. Fin qui tutto bene, il problema nasce nel momento in cui la casalinga di Voghera (tanto per dire) acquista il farmaco senza aver avuto spiegazioni da parte del proprio medico, ma solo seguendo le istruzioni degli spot pubblicitari. Mi riferisco ai famosi farmaci tipo Tachipirina o Efferelgan. Per questi, come per molti altri, il linguaggio usato nel “bugiardino” è di difficile comprensione per i non addetti ai lavori e per i non eruditi in materia. Di là dall’imbarazzo nel dover ammettere di non essere preparati nello specifico, vi è il rischio di assumere farmaci che possono avere controindicazioni in alcuni casi letali, per il paziente.

Di questi esempi, se ne possono raccontare a migliaia, sia negli ambiti appena visti che in altri settori industriali. Gli elettrodomestici o le apparecchiature elettro-meccaniche, ad esempio, sono tra le maggiori fonti di rischio. Può bastare poco per farsi male o danneggiare altri beni. La sicurezza del prodotto deve essere testata, con meticolosità, dal produttore, prima che il bene venga messo in commercio. E le istruzioni d’uso devono essere quanto più esaustive e di facile comprensione. Alcune aziende, più sensibili, provvedono a corredare il loro prodotto con veri e propri libri che spiegano l’utilizzo del prodotto, ma sono quelle abituate a vendere nei mercati oltreoceano (USA e Canada). Il motivo di ciò sta nel fatto che in quelle nazioni, l’ordinamento giuridico è molto severo e attua una politica molto repressiva per chi produce e commercializza beni che non garantiscano la massima sicurezza. Negli USA e in Canada, non esistendo un Codice Civile come quello in uso ad esempio nei paesi Europei, si fa riferimento alle raccolte giurisprudenziali dei vari giudici di Contea, che in qualche modo legiferano ad ogni sentenza. In questi Stati, oltre a condannare l’azienda, che ha prodotto il bene difettoso, per l’effettivo danno patito dal consumatore, viene impartita una pena punitiva ed esemplare, e l’azienda è obbligata a pagare sanzioni elevatissime.

Per meglio capire l’argomento, riporto un caso realmente avvenuto:

Un’anziana signora, di una Contea del Wisconsin, aveva acquistato una lavatrice in un megastore. Tornata a casa e ansiosa di apprezzare l’acquisto fatto, iniziò a lavare tovaglie, lenzuola e camicie. La prova aveva funzionato e a quel punto l’anziana signora pensò di provare l’efficacia del felice acquisto sul proprio gatto. Infilato il felino all’interno della lavatrice, ha programmato un lavaggio delicato. Si può immaginare che fine abbia fatto il povero e sventurato gatto.  La signora, affranta dal dolore, si è rivolta a uno studio legale, che ha intentato una causa contro l’azienda produttrice dell’elettrodomestico. Conclusione: il giudice della Contea ha condannato l’azienda a risarcire il danno materiale e morale all’anziana signora con un importo di $ 50.000,00 e condannato la stessa azienda a pagare l’importo di $ 1.500.000,00 come pena esemplare e punitiva. Tutto ciò poiché nell’opuscolo delle istruzioni per l’uso, della lavatrice, non vi era esplicitamente scritto che l’elettrodomestico non doveva essere usato per lavare animali domestici.

Potrà sembrare una barzelletta, ma è realmente accaduto. Di questi aneddoti come questi ce ne sarebbero da scrivere un libro ma, al di là dall’aspetto, a volte grottesco, determinate situazioni devono fungere da monito per le imprese produttrici, affinché provvedano a tutelare la propria azienda e il proprio patrimonio da richieste risarcitorie, in genere, elevatissime. Una coperture assicurativa per il mercato italiano e mondiale (esclusi USA e Canada) ha un costo abbastanza contenuto e proporzionale al fatturato dell’azienda. L’eventuale estensione all’America del Nord, comporta la decuplicazione del premio, ma le aziende che esportano in quei paesi hanno ben chiaro il rischio e computano, nel costo del loro prodotto, anche la componente di costo assicurativo.