Compagnie di assicurazioni e sanità, una difficile convivenza

Apr 23 • PRIMO PIANO • 964 Views •

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Si abbandona il settore perchè considerato “fonte di cospicue perdite finanziarie”. Scopriamone le cause

 

di Loris Del Vicario,  Agente generale Allianz

 

Le compagnie di assicurazioni, italiane ed estere, stanno continuando a fuggire dal business sanitario. I più importanti gruppi l’hanno già fatto e, negli ultimi due anni, lo stanno facendo anche le compagnie straniere compresi i tanto blasonati Lloyd’s of London. Una fuga, per questi ultimi che si limita al mercato italiano, perché negli altri paesi non ci sono particolari criticità assuntive. Una delle più importanti compagnie assicurative australiane: la QBE Ltd, che ha lasciato il mercato italiano lo scorso anno, è stata forse la più coraggiosa, ma si è dovuta uniformare a quanto in precedenza fatto dalla concorrenza.

 

Perché le compagnie di assicurazione temono il mercato italiano?

La risposta potrebbe essere molto complessa e soggettiva, ma il comune denominatore è quello che le compagnie si trovano indifese contro un dilagante fenomeno di mala sanità unitamente a una giurisprudenza, decisamente, molto ostile. Purtroppo in Italia, la sanità pubblica è fortemente condizionata dalle situazioni economiche delle regioni nelle quali hanno sede le strutture ospedaliere. Se una Regione si trova in una fase di Piano di Rientro, deve necessariamente ridurre i costi di gestione e, i capitoli di spesa più corposi di un bilancio regionale, sono sempre quelli relativi alla sanità. Appare naturale come i tagli alla spesa si configurino proprio in quell’area. Trattandosi di salute e non di mere pratiche amministrative, una contrazione della spesa “tout court”, rappresenta un grave rischio per l’incolumità dell’individuo. Le aziende sanitarie risentono di annose criticità dovute a incoerenze, a volte aberranti, per quanto attiene l’impiego del personale: personale spesso utilizzato per scopi non adeguati; eccesso di dipendenti in settori che richiedono minori unità e scarsa presenza in settori dove maggiore è il bisogno. Molti dipendenti vengono assunti come portantini o infermieri e, quasi per magia, dopo qualche anno si ritrovano dietro una scrivania a non fare molto. Nel frattempo il loro posto originario, difficilmente viene reintegrato da altri operatori. Per questo, nei reparti ospedalieri, si assiste a un continuo esodo di personale specializzato che va ricoprire cariche non di propria competenza mettendo, in questo modo, la struttura ospedaliera in grave difficoltà. Quasi tutti i reparti ospedalieri soffrono di questa criticità, in particolare le strutture di Pronto Soccorso, di Medicina e di Chirurgia. In pratica i settori di
. Si sta assistendo a casi in cui, professionisti specializzati preferiscono non intervenire chirurgicamente, per paura di trovarsi successivamente in un’aula di tribunale a doversi difendere da denunce civili e penali.

 

Questa grave inefficienza si traduce, nel comparto assicurativo, come fonte di richieste di risarcimento danni da parte dei pazienti che, giustamente, non vedendo tutelati i propri diritti e subendo, di conseguenza, danni alla propria integrità fisica ritengono giusto farsi valere. Ogni cittadino spende cifre importanti per garantire la tutela della propria salute e, per questa ragione, pretende di essere curato e non trattato come un oggetto di scarso valore. Nel momento in cui un paziente non vede rispettati i propri diritti e ritiene di aver subito un danno, interviene nei confronti della struttura sanitaria chiedendo un risarcimento “Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno (art.2043 c.c.)”. A questo punto la compagnia di assicurazione, si sostituisce al debitore, risarcendo o contestando il danno ma, anche in questa ultima ipotesi, la compagnia dovrà inserire nelle poste passive del proprio bilancio una riserva a copertura di eventuali ricorsi: quindi risulta essere sempre un dato negativo di bilancio. Va detto anche che le assicurazioni dovrebbero servire proprio a questo, ma le compagnie assicurative non sono enti di beneficenza, bensì Società per Azioni che scommettono sui rischi: incassano premi certi per eventuali rischi incerti. Nel momento in cui il fattore rischio diventa anche lui certo, le compagnie devono difendersi e lo fanno applicando premi molto elevati o ritirandosi da quel tipo di mercato. Negli ultimi anni stiamo assistendo proprio a quest’ultima soluzione. Le compagnie, e non solo quelle nazionali, stanno abbandonando il settore della sanità pubblica e privata poiché non lo considerano profittevole, ma solo fonte di cospicue perdite finanziarie.

 

Restando sempre nel settore sanità, ma affrontando il tema della responsabilità professionale dei medici, specialisti e non, ospedalieri o privati, il problema si configura in modo leggermente diverso. Il paziente, spesso e volentieri, ritiene giusto farsi risarcire dal medico eventuali danni, il più delle volte non subiti, ma costruiti ad arte. L’abitudine, ormai invalsa tra i pazienti, è quella di chiedere risarcimenti stratosferici ai medici e/o alle strutture sanitarie, nel momento in cui non si ritengono soddisfatti del servizio ricevuto.

 

Fermo il fatto di avere tutti i diritti a chiedere un risarcimento, specie quando si tratta di salute, si dovrebbe però valutare con maggior attenzione i tanti casi di premeditazione al danno. Mi spiego meglio: se un cittadino ricorre alle cure sanitarie, con la consapevolezza dei rischi che si possono correre nell’intervenire, sulla propria malattia o inestetismo, non dovrebbe poi pretendere l’inverosimile se le cose non sono andate come sperava. Ma domandare è lecito e rispondere è cortesia… Se lo stesso paziente “riceve un danno ingiusto” come recita l’art. 2043 del nostro Codice Civile, ha diritto a essere risarcito. Il punto è la misura dello stesso risarcimento.

 

Negli States esistono le pene esemplari e punitive che vengono impartite dai giudici di Contea in aggiunta al risarcimento reale del danno e, in virtù di questo, le coperture assicurative in quegli Stati costano almeno dieci volte di più che in Italia. Le Compagnie applicano condizioni molto prudenti inserendo in polizza franchigie e scoperti molto elevati affinché il loro cliente partecipi in misura adeguata al rischio corso. Responsabilizzando, in questo modo, lo stesso a predisporre ogni eventuale azione per evitare il nascere del contenzioso.

Anche in Italia le cose stanno cambiando. Le compagnie stanno cominciando a chiedere, laddove ritengano di sottoscrivere i rischi, importi molto elevati. Si stanno, in buona sostanza, adeguando al mercato americano. Personalmente la ritengo una soluzione tampone, un po’ semplicistica.  I medici italiani non guadagnano quanto i loro colleghi nordamericani e, chiedere premi dieci volte superiori a quanto solo tre/quattro anni fa veniva fatto, porta molti di loro ad avere serie difficoltà nell’assicurarsi. Se non ci fosse un obbligo di legge che impone, anche ai medici, di assicurarsi per i rischi professionali, entro il corrente anno, molti eviterebbero di farlo mettendo in questo modo a rischio i sacrosanti diritti dei propri pazienti. Basterebbe, forse, un po’ di condivisione del problema, da parte di tutti: le ASL fornendo gli adeguati strumenti ai nosocomi ed alle strutture sanitarie territoriali; la magistratura condannando – nel caso in cui non esistono motivi veri di richieste risarcitorie –  non solo al pagamento delle spese processuali, ma anche a risarcimenti danni nei confronti di quei professionisti che hanno fatto il proprio dovere correttamente; le compagnie di assicurazione che dovrebbero pretendere premi meno onerosi applicando adeguate franchigie e scoperti di polizza. In questo modo, si riuscirebbe a ricreare un equilibrio vivibile in un settore che dovrebbe averlo come obiettivo principale.

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