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Democrazia del Prof. Fabrizio Bellini

Redazione Mag 5
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Democrazia del Prof. Fabrizio Bellini

La stampa internazionale si interroga su quella che sembra la principale anomalia italiana.

Il più longevo e carismatico leader politico nazionale, coinvolto in scandali di ogni tipo, da quelli economici a quelli sessuali e condannato in via definitiva a quattro anni di carcere.

Cosi, invece di dimettersi e tentare di sparire, si batte come un leone per ottenere una qualche forma di salvacondotto che gli permetta di continuare a fare politica. E rischia seriamente di riuscirci.

Come tutto ciò, in una qualunque delle altre democrazie occidentali, sarebbe impossibile e a molti risulta incomprensibile.

Almeno tanto quanto il fatto che buona parte delle principali forze di opposizione sarebbe ancora propensa a  collaborare con lui nel governo della Nazione.

E’ non meno dell’evidenza che l’intero Pdl, dal più umile degli iscritti al più celebrato dei dirigenti, si dimostra più che disponibile a fare un harakiri politico pur di difendere il prestigio e líonore del proprio capo.

Che dire?

La risposta è cosi ovvia da sembrare banale: quasi dieci milioni di italiani, una bella fetta dell’informazione cosiddetta libera, tutto il Popolo della libertà, parte del Partito democratico, una componente di Lista civica e soprattutto un po’ di magistrati e molti avvocati e giuristi, pensano che Berlusconi non sia un delinquente.

Che sia vittima di una persecuzione giudiziaria. Che questa sia stata concepita e messa in atto dai cloni del vecchio ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti.

E’ che, drammaticamente, questo accanimento della magistratura costituisca un vulnus gravissimo alla legittimità democratica.

Cosi tutto il resto del Paese, esclusi gli opportunisti agnostici, la pensa diversamente. Per superare questo punto, questa frattura insanabile, ormai non basterebbe più nemmeno un’ordalia.

Ma quale che sia la verità, vittima o farabutto, la questione, non essendo più risolvibile neanche con l’evidenza processuale, contraria o favorevole che possa essere, non è piu’ rilevante.

Ormai siamo nel campo della fede e la fede si fonda sul sangue dei martiri e non sul legittimo giudizio di Pilato che a qualche miliardo di cattolici, dopo duemila anni, appare ancora ingiusto e assurdo.

Come ci ha splendidamente  spiegato Gustavo Zagrebelsky nel suo Il crucifige e la democrazia, la democrazia, o meglio, la potestà del numero più grande, non contiene necessariamente la verità.

Mi sembra invece rilevante tentare di capire perchè la democrazia, così come è stata costruita e definita in Italia, trionfa come speranza e come ideale nell’ anima della maggior parte della popolazione.

Democrazia

E’  cosi si contorce in una drammatica crisi di sviluppo e di credibilità proprio nel momento in cui dovrebbe essere invece pienamente realizzata ed esprimere interessi generali e valori universali.

Una definizione della democrazia e quindi del problema, potrebbe fondarsi sulla distinzione e sul nesso tra democrazia prescrittiva e democrazia descrittiva. I due termini sono inscindibili.

Descrittiva, nel senso che se la democrazia non indica un ideale capace di coinvolgere i cittadini e di suscitarne il consenso, non esiste affatto. Diventa mito, utopia, prescrittiva, perchè senza il rinvio ad un sistema, ad un ordinamento, ad un complesso di regole sempre perfettibili e perciò soggette ad una continua verifica critica.

La democrazia diventa semplice come copertura degli interessi costituiti delle classi dominanti;

Politiche, economiche, sociali. In buona sostanza delle caste e delle lobby.

La democrazia da un lato è ancorata ad un ideale mai compiutamente realizzato e realizzabile che è quello di una piena espressione della dignità dell’uomo in tutti i suoi aspetti e della sua autodeterminazione, dall’altro si muove sul terreno realistico della continua verifica del processo verso questo ideale.

Come la democrazia coniuga mezzi e fini: si propone un fine etico di portata universale, ma rifiuta di chiudersi nella contemplazione autosufficiente del fine e esclude perciò l’indifferenza del mezzo.

Perchè, la democrazia è un processo. Come  con il ricorso a questa ultima espressione, lapidaria e apodittica, tratta dalle riflessioni di Pietro Scoppola al quale ho rubato.

Come non senza infinita gratitudine e rimpianto, alcune parole e qualche concetto, vorrei concludere la mia chiacchierata sottolineando proprio questo punto: qualcosa ha interrotto il processo democratico avviato nel lontano 1948.

Cosi, non il principio, ma proprio la costante verifica critica del complesso di regole che dovrebbero sorreggerlo, più esattamente, l’evoluzione, la modernizzazione e l’attualizzazione del processo.

Tanti, delusi e disperati, scambierebbero oggi la parola, libertà, che sta alla radice stessa della democrazia e che ne è l’essenza fondante, con  stabilità, sicurezza, dignità.

E’ quindi, chi doveva e poteva traghettarci felicemente nel terzo millennio, ha fallito. Non penso ovviamente che questo qualcosa qualcuno, sia un fantomatico grande vecchio.

Cosi, penso invece alla disarmante somma delle inerzie che in poco più di un sessantennio si sono accumulate e stratificate nella difesa aprioristica di interessi contrapposti.

Come il  carburante è stata la paura del successo dell’altro. Il terrore; la perdita delle proprie posizioni dominanti. Il risultato; la tragedia che stiamo vivendo.

Cosi la speranza; che sull’orlo del baratro, anche per il generoso e incessante impulso del Presidente della Repubblica, si esca dallo stallo in cui siamo piombati e si avvii una stagione finalmente riformatrice.

E’ con pochissimi morti, qualche ferito lieve e tantissimi…beh, fate voi. Ma, soddisfatti, per me andrebbe benissimo. La certezza, disperante, è che nessuno si muoverà concretamente. Ma si continuerà a parlarne. Le mura di Bisanzio sono crollate mentre si discuteva del sesso degli angeli.

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