LE CAMERE DI COMMERCIO ITALIANE ALL’ESTERO A RENZI: “IL GOVERNO CI SOSTENGA. CON NOI L’EXPORT DECOLLA” E IL MINISTERO PROMETTE “RISORSE CRESCENTI”

Apr 1 • MONDO E MERCATI, PRIMO PIANO • 1004 Views •

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Prima riunione a Milano del neocostituito ”advisory board” di Assocamerestero. Tra i presenti, il presidente dell’Eni Giuseppe Recchi. Uno studio di Assocamerestero realizzato in collaborazione con Carlo Alberto Pratesi, dell’Università Roma Tre.

Milano, 1° aprile 2014 – “Renzi, l’Italia che esporta chiede un nuovo modo di fare promozione, che metta insieme ‘il Sistema–Paese’ con l’enorme potenziale delle comunità di affari nel mondo, l’Ice con l’azione delle Camere di commercio italiane all’estero. E poiché i contributi che il governo fa arrivare nelle nostre 81 Camere attive in 55 Paesi del mondo vengono spesi benissimo, chiediamo che non ci vengano tolti ma anzi, semmai, incrementati”: questo, in estrema sintesi, il pensiero di Leonardo Simonelli, presidente di Assocamerestero, l’Associazione che riunisce e rappresenta appunto queste libere associazioni di imprenditori italiani od oriundi nel mondo, che si sostengono per circa il 90% con risorse proprie e rappresentano già oggi una valida integrazione alla rete dell’Ice per far fronte alle esigenze di chi esporta.

“Io credo che le Camere di commercio italiane all’estero non avranno minori risorse, ma anzi risorse crescenti, in un contesto di spesa pubblica decrescente”, ha risposto Giuseppe Tripoli, direttore generale per le politiche di internazionalizzazione e la promozione degli scambi presso il Ministero dello Sviluppo economico.

Lo scambio di battute è avvenuto ieri sera, alla Fondazione Mattei, dove si è riunito per la prima volta il neonato “advisory board” di Assocamerestero, in cui siede tra l’altro il presidente dell’Eni Giuseppe Recchi. 

Il board ha preso in esame uno studio sulle prospettive dell’export elaborato in collaborazione con il professor Carlo Alberto Pratesi, dell’Università Roma Tre. Le cifre del nostro export sono impressionanti, nonostante la crisi degli ultimi anni e il gap di competitività: 85 miliardi di euro di avanzo con l’estero delle produzioni tipiche, tassi di incremento dell’export secondi solo alla Germania negli ultimi tre anni, costante crescita dal 2010 (fino a raggiungere il 25%) dell’export sul pil: questi i numeri dell’Italia che conquista i mercati esteri.

Ma il made in Italy ha cambiato pelle negli ultimi anni – è stato rilevato nel corso dell’advisory board – e oggi ci accorgiamo che non esiste un solo “made in Italy” e che magari il prodotto originale potrebbe avvantaggiarsi anche del cosiddetto “Italian sounding”.

Il made in Italy non è solo “amusement” ma soprattutto grande capacità di produrre e offrire soluzioni personalizzate, innovative ed efficienti per i consumatori le imprese estere, come dimostra il fortissimo incremento delle vendite della meccanica strumentale, il cui attivo arriva quasi a toccare i 50 miliardi di euro nel 2013 (ben il 58% del surplus extra-energetico).

In quest’ottica, Assocamerestero – l’Associazione delle 81 Camere di Commercio Italiane all’Estero presenti in 55 Paesi e di Unioncamere – grazie al contributo di 20 imprenditori del made in Italy appartenenti a importanti aziende del manifatturiero, dei servizi e della finanza – ha voluto dare il suo punto di vista ai rappresentanti del mondo delle istituzioni indirizzando il suo messaggio al presidente del Consiglio.

La politica del “one fits all” non paga sul mercato globale, il consolidamento della presenza italiana passa per chi “vuole fare l’italiano”, ama i prodotti “fatti all’italiana”, in sintesi gli Italy followers (o italici), una comunità che, se stimolata, è una risorsa di nuovo business. Questo significa lavorare sull’immaginario, ma anche sui fatti e su quello che l’Italia offre in termini di prodotti, di servizi, di know-how.

Soluzioni personalizzate e creative richiedono politiche promozionali per valorizzare le diverse competenze di ciascun soggetto e favorire la mediazione con gusti e culture dei mercati esteri. È sulla domanda di Italia e non sull’offerta di Italia che si deve costruire un nuovo modo di promuovere il nostro Paese nel mondo.

È questo il lavoro nelle corde delle reti italiane nel mondo, di quelle comunità d’affari che possono veicolare un nuovo concetto di “made by” piuttosto che di “made in” Italy. Comunità di cui fanno parte i 1.300 amministratori-imprenditori delle
 (CCIE) e che sono un importante fattore di diffusione presso le altre imprese del nuovo volto del prodotto italiano.

E da qui il messaggio al Governo: non servono più risorse per la promozione nel mondo, ma una loro diversa organizzazione, valorizzando le specificità di ciascun soggetto, coinvolgendo le imprese e il mercato nelle iniziative, come attori ma anche come contributori di risorse, facendo crescere il peculiare ruolo delle CCIE, cui i loro stessi “utenti”, le imprese, riconoscono un valore continuando a investire.

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